Accadde.

Ciò che nessuno credeva, che nessuno sperava.

Donald Trump, il Berlusconi 2.0, un po’ Briatore e un po’ Salvini, un mix letale di razzismo, sessismo, luoghi comuni, ignoranza e violenza, guiderà una delle potenze mondiali, decidendo, nostro malgrado, le sorti della terra. Perché che lo vogliate o no il presidente americano comanda un po’ il mondo intero, soprattutto paesi come il nostro, paesi ‘dall’altra parte del muro’, quello occidentale, globalizzato, filoamericano.

Ma ecco che adesso qualcuno mi dirà “Hey, ma che dici? Chi c’era dall’altra parte? Quella pazzoide di Hillary? ma è mezza matta…poi è pure antipatica…e fa parte delle lobby anche più di lui! Corrotta uguale a tutti gli altri…la vecchia politica…In fin dei conti uno valeva l’altro…”

Cari miei, io voglio dire NO.

O meglio.
Ovviamente avete ragione. Ovviamente, La signora Clinton non era senz’altro un granché. E i democratici hanno scelto davvero male il loro candidato. Eppure, io ritengo che il dovere di ogni cittadino sia di scegliere il meno peggio, se possibile. E credo che, nonostante i problemi della Clinton, qui il peggio era abbastanza evidente.

Il nuovo presidente, infatti, non vuole immigrati, propone di innalzare muri in un’era in cui l’unica cosa saggia da fare sarebbe abbattere quelli esistenti.
Considera le donne in maniera sessista e volgare, rendendo nuova giustizia al maschilismo millenario che milioni di donne cercano quotidianamente di estirpare.
Auspica la massima libertà nell’uso delle armi, favorendo ancora di più pericolose iniziative di giustizia personale.
Sostiene la privatizzazione del sistema sanitario, una delle grandi contraddizioni di questo grande paese.
Considera il riscaldamento globale una bufala, mentre constatiamo tristemente ogni giorno che gli effetti di questo processo inarrestabile saranno presto privi di soluzione, e che la nostra preziosa natura verrà sempre più velocemente e inesorabilmente distrutta.
Propone politiche reazionarie, nazionaliste e populiste, proprio ora che servirebbero toni pacati e abilità di negoziazione per ristabilizzare le precarie sorti della situazione internazionale.
Parla male persino la propria lingua, rendendo sempre più vivida l’idea che il denaro e il potere possono sostituire la ricchezza culturale e la conoscenza.
Insomma, potrà offrire agli Stati Uniti la sua grande esperienza, maturata tra aziende a rischio bancarotta, reality show (avete presente the Apprentice? Lo ha inventato lui…genio, eh?) e campi da Wrestling (Potrete cercare sul web della volta in cui ha sfidato il proprietario della WWE fuori dal ring).

Questo il destino che gli Stati Uniti hanno scelto per i prossimi quattro anni. Gli Stati Uniti, gli stessi che quattro anni fa votavano Obama per il secondo mandato.

Il primo presidente nero.

Con tutti i limiti del caso, Hillary Clinton sarebbe stata il primo presidente donna.

Troppi miracoli tutti insieme per il paese delle contraddizioni, della libertà di espressione e della pena di morte, del libero mercato e della sanità a pagamento, del sogno americano e del junk food, del melting pot e dei poliziotti che sparano agli afroamericani, dei diritti dell’uomo e delle armi sotto al cuscino.
Ed ecco che anche se tanti americani non volevano la Clinton, e non l’hanno votata perché “No per carità, chi la vuole, se volete votatela voi”, con la coscienza pulita perché i sondaggi davano Trump per perso (così che anche se loro non avessero fatto questo sforzo, sarebbe salita comunque lei), ora si ritrovano questo.

Le contraddizioni ti fregano.

Il fatto è che ora fregano anche noi.
E che, in realtà, noi siamo siamo fregati già da un bel po’. Gli Americani, almeno stavolta, sono venuti dopo…

We’re all living in Amerika
Amerika ist wunderbar
We’re all living in Amerika
Amerika, Amerika

We’re all living in Amerika
Coca-Cola, sometimes war
We’re all living in Amerika
Amerika, Amerika

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Si muove

Pubblicato: luglio 8, 2016 in Poesia
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Cambia

Si muove

Questa vita

Respira così forte

E l’aria dov’è?

Correre

Ricercare l’istante perfetto

Il flusso costante

Fluire, sì

Nel tutto

Che ammanta

L’equilibrio è vicino

Ma il cammino è incostante

Basta andare

Muovere

Ogni passo, regolare

L’infinito è vicino.

La vita si muove

E la direzione

La scegli

Tu.

DSCN9871

 

C’era una volta una piccola squadra di nome Leicester. O se preferite, Cenerentola. Il brutto anatroccolo, il Vicenza britannico, insomma, proprio quella squadra che o la ami perché il tuo trisavolo la tifava, o perché è della città che ti ha visto crescere, o perché tuo padre è il presidente.

C’erano una volta i passaggi continui tra Division 1 (ex Premier League) e Division 2 (la nostra serie B), finendo la maggior parte delle volte nella lega minore, e lottando per la salvezza ogni anno successivo a quello dell’agognata promozione.

C’era una volta una squadra, come tante altre. Beh, non proprio come tutte, in realtà. Non come il Manchester, il Liverpool, il Tottenham, il Chelsea. Loro sono le squadre da battere, quelle che si vedono in Europa.

Ma sapete, lo sport può riservare tante sorprese. Può succedere che quella Cenerentola voglia proprio indossare il vestito da sera migliore in quel campionato, che non voglia farsi sfilare la scarpetta per il ballo che hanno sempre ballato gli altri. Vuole incontrare il principe, farlo suo. E perché no? In fondo è di nuovo in premier quest’anno, si parte tutti a pari punti, mica lo scudetto è assegnato?

E quindi, Cenerentola lotta. Giornata dopo giornata, partita dopo partita, macina punti sotto lo stupore di tutte le principesse che avevano sempre attorniato il principe in sua assenza. E mentre loro guardano sbigottite, lei non si perde d’animo e si fa avanti sgomitando, lasciandosele alle spalle. Le principesse cercano di raggiungerla, ma ormai è troppo tardi: mentre si perdevano in chiacchiere e congetture, l’instancabile lavoratrice è arrivata al traguardo. Il tanto agognato principe, o meglio, lo scudetto, è suo.

Ed è festa grande, non solo per la squadra, per i tifosi, per Ranieri e il suo successo dopo il primo anno in panchina: ne parlano tutti. Oggi, anche qui in Italia, tutte le prime pagine sono per loro, per il sogno divenuto realtà, per la piccola che è diventata grande.

Nessuno, però, pensa a quanto questo evento, questa festa, questo mondo così magico e sorprendente sia, oggi più che mai, lontano da noi. Sì, perché quello di cui stiamo parlando qui è sport.
In Italia, il calcio è interessi, business decennali, potere. Soldi, tanti. E tifosi che si fanno abbindolare.

Me compresa. Seguiamo lo spettacolo della serie A sull’onda della passione comune, dell’argomento  da condividere, del semplice amore per una maglia e per uno sport che è per noi storia. Eppure, quello che vediamo è solo il risultato di un sistema. Che attanaglia squadre, società, ultras, sponsor, arbitri, scommesse. Tutto tristemente, drammaticamente marcio.

Quest’anno noi napoletani ci eravamo illusi. Dopo campionati passati a inseguire la vetta senza alcuna speranza, stavolta il destino sembrava esserci favorevole: il nuovo allenatore serio e abituato a lottare con caparbietà, il supercampione pronto a sfornare valanghe di gol, la squadra compatta, ritornare a giocare con un portiere (!) e non scendere in campo sempre col solito colabrodo al posto della difesa (!) ci ha fatto sentire grandi e ci ha fatto salire là, dove non arrivavamo da tempo. Eravamo campioni d’inverno, e come i carisssssimi commentatori ricordavano, a vedere le ultime statistiche chi è arrivato là ci è rimasto fino alla fine.

E chi c’era, tra i papabili ad ostacolarci il cammino? con la Roma e l’amore sfumato col ct francese, una Inter ridicola in tutti i reparti e senza conferme rispetto alle promesse dell’anno precedente (il titolo di capocannoniere di Icardi -tra l’altro ottenuto a soli 22 gol, traguardo raggiunto da Higuain mesi fa – è un lontano ricordo), la Fiorentina promettente ma non abbastanza (il Milan non lo menziono proprio, tutti d’accordo vero?)…Beh, è praticamente fatta.
Ma attenzione, diceva qualcuno (tra cui, devo dirlo, io, fin dall’inizio): ricordate la Juventus? Ma chi? Ma dove? Ma quella è una squadra finita…Ma chi è sto Dybala…Ma Allegri nun è buon…Ma non c’è gioco…Quest’anno stanno inguaiati…

Ragà, attenti alla Juve. Attenti.

Io ve lo dicevo…Ma  voi non ci credevate.

E ora, eccoci qua. A a parlare di un’altra storia, ben diversa da quella in cui tutti speravamo, forse non solo a Napoli. Perché il monopolio stanca.
Non chi lo detiene, però.

Certo, a giocare giocano, la squadra c’era. Ma com’è possibile che la maggior parte di voi, che diceva che quest’anno la Juve era una squadra finita, ora sono gli stessi che dicono ‘vabbè ma di che stiamo parlando…loro in panchina tengono QUADRADO…noi chi teniamo…El Kaddouri…’ ‘sì ma sono comunque forti…’ ‘sì ma noi abbiamo perso tutti i punti fondamentali’?
Va bene, in parte posso darvi pure ragione. Vi dò ragione, va bene?

Ma il problema è che non è tutto.

Il problema è che la Juventus è una Lobby. Fatta, proprio come il tanto amato giuoco calcio, di interessi, business decennali, potere. E ancora, tanti, tanti, tanti soldi.

Certo, gli errori arbitrali ci sono per tutti, e ci sono stati anche a favore del Napoli. Ma la cadenza quasi settimanale con cui gli arbitri non hanno visto, non hanno fischiato, non hanno sanzionato o non lo hanno fatto a sufficienza rispetto ad altri casi simili, non potete negarlo, è evidente e superiore alla media:

Cari arbitri, che siete sponsorizzati dalla Bassetti, il cui titolare della maggioranza del capitale è Gigi Buffon (56,26%) e che lavorate per la Figc, a sua volta sponsorizzata dalla Fiat, che credo nemmeno devo dire a chi fa storicamente capo, tutto questo, secondo voi, è un caso? Secondo voi io riesco a credere al fatto che la juve dai -17 punti dalla vetta sia arrivata a vincere lo scudetto un mese prima della fine del campionato solo perché è forte e perché tiene Cuadrado in panchina?

O magari potrei pensare che qualche aiuto di troppo c’è stato? che, per quanto una squadra possa essere forte, cinque scudetti dopo quel curriculum di calcio scommesse che ogni tanto si fa ricordare non si può arrivare a tanto senza giudici che non giudicano, senza pay tv servili che non commentano e non mostrano a sufficienza quello che devono, dimostrando un servilismo becero e vergognoso per quanto evidente, senza il calcioscommesse che sa già dove deve puntare e che magari (sto osando) ci ha guadagnato anche più del dovuto scommettendo al momento opportuno su una squadra che dalla zona intertoto in quattro mesi ha vinto lo scudetto?

Io non dico che magari non sarebbe successo lo stesso. Dico solo che avrei voluto vedere come sarebbe stato, senza tutto questo.

Ma forse sono malpensante. Forse sono, come dicono loro, invidiosa, perché non ho vinto l’ennesimo scudetto, come dicono loro, sul campo.

Ma se il campo è una banca, un’azienda, un salotto di potere dove tutto è già deciso, dove i valori dello sport sono dimenticati, dove i dissidenti sono messi alla gogna, allora penso che ve li lascio, questo e tutti gli altri.

Lo sport è altro. Io, come tanti, ho il problema di amarlo, e di amare anche il calcio, tra i vari. Purtroppo, pare che le due passioni siano inconciliabili.
Perché in questa Italietta, fatta di finto intrattenimento e di squallidi giochi di potere, nemmeno una semplice passione è più degna di essere vissuta.

“L’uomo è per natura un essere sociale”, diceva il sempre attuale Aristotele. Un essere che tende ad aggregarsi agli altri, che ha il dono della parola, grazie alla quale è in grado di comunicare, di esprimere i suoi pensieri e le sue emozioni.

L’uomo, con gli altri, può collaborare. Lo ha sempre fatto, per costruire case, città, comunità intere, per procurarsi da vivere. Come fareste, senza gli altri? Dove trovereste da mangiare? La benzina nell’auto chi ve la metterebbe? La lavatrice chi ve la aggiusterebbe? Non venitemi a dire che stareste bene, da soli.

E oltre alle necessità pratiche, ognuno di noi tende a cercare l’altro. Abbiamo un bisogno spasmodico di comunicare, di ritrovarci con chi ci è più simile, di condividere, sempre. Ed è assolutamente naturale: l’unione ha sempre fatto la forza.

Eppure, ho spesso l’impressione che questo aspetto di umanità sia spesso tralasciato, che le persone tendano a metterlo da parte, sopraffatte dalle proprie frustrazioni, dai mali di vivere che quotidianamente cercano di assalirci, rischiando di trasformarci in fuochi di ira assoluta, in vulcani pronti ad esplodere. Ho visto tante persone cedere a questa forza del male, che le trascina nel baratro dell’indifferenza, del disprezzo e della diffidenza incondizionata verso l’altro.
Ho visto persone che, piuttosto che rivolgerti un sorriso e dedicarti un pensiero positivo o un momento di comprensione, preferiscono guardarti dall’altro in basso adirati, additandoti di colpe indicibili, senza procedere con il minimo tentativo di immedesimazione.
Ho visto persone che vanno avanti per la propria strada, ignorando quello di cui fanno parte, ritenendosi migliori, nascondendosi dietro ad una corazza prontamente indossata per difendersi dall’eterno nemico che è l’altro. E che, in realtà, altro non è che un altro te.

Come si può invertire questa tendenza che lentamente ci distruggerà, mettendoci uno contro l’altro senza permetterci di focalizzare su quali sono i veri problemi? State facendo il gioco dei poteri forti, di chi ci vuole dividere per comandare.

Divide et impera.

Se lavori in un’azienda, prima di pensare che il tuo collega non abbia finito il lavoro in tempo perché è uno scansafatiche, prova ad immaginare la giornata che ha avuto. Prova a pensare che (magari, eh) non ha avuto nemmeno il tempo di alzarsi dalla sedia.

Se vedi che qualcuno non fa bene ciò che deve, prima di pensare che non lo faccia per menefreghismo ed offenderlo, prova ad immaginare che magari nessuno gli ha mai spiegato bene come si fa, e prova ad aiutarlo.

Se vedi che ci sono tuoi concittadini disperati che scioperano, prima di arrabbiarti con loro pensa che magari non ricevono lo stipendio da mesi. Lo so, forse tu avrai problemi ad andare al lavoro, ma come ci vai tu vorrebbero andarci anche loro, magari pagati.

Se vedi che le cose nella tua città, nel tuo paese, non vanno, non pensare tanto alle azioni dei singoli, ma pensa al potere costituito, che cerca di farti pensare che il problema è nell’immigrato, nel ladruncolo, e che ti nasconde che in realtà la frustrazione dilagante è anche il risultato di politiche sbagliate, di sfruttamento, di denigrazione del debole. Perché il debole rallenta la catena.

Vi rendete conto del mondo che stiamo costruendo? Per noi, per i nostri figli? Un mondo di gente che si odia, che sa comunicare solo (e a stento) da uno schermo, che non sa fare altro che pensare male del prossimo e che desidera rimanere solo. è un inferno, è il regno dell’infelicità assoluta.

No. Permettete di dirvi che non ci sto.

Io, per quanto possibile e nonostante i problemi che potrò affrontare nella vita, cercherò sempre di rivolgere all’altro un sorriso. Cercherò sempre di pensare ai problemi che ha avuto, prima di giudicare un suo comportamento. Cercherò il contatto empatico, cercherò il calore umano, quello che riscalda l’anima, che la rende viva.
Così, magari, qualcuno farà lo stesso con qualcun altro.
Non lo preferite un mondo di sorrisi a uno di odio incondizionato?
Io sì.
Voi, se volete, tenetevi le ulcere.
Io resto umana.

aiuto

C’è una tendenza frequente, nella storia dell’essere umano, a mio parere esemplificata magistralmente nello splendido film di Woody Allen “Midnight in Paris”: vagheggiamo sempre il passato. Nel  neoclassicismo ci si ispirava agli imperi greco-romani, nel romanticismo ritorno alle epoche passate, medievali e rinascimentali, nell’epoca contemporanea a un ritorno alla natura, prima della rivoluzione industriale. Scrittori, poeti, artisti hanno sempre rappresentato i drammi della loro società, spesso cercando rifugio in un passato creduto più accomodante, più sicuro.

Anche oggi è così, e capita anche a me, vedendo come ci siamo ridotti: schiavi dei mille schermi che ci circondano, computer, tablet, smartphone, televisioni, tutta la vita è vissuta attraverso, raccontata agli altri, dagli altri, e non più vissuta.

Ma non ci stanno atrofizzando il cervello?

Ho paura di ciò che potremo diventare, del ruolo sempre più marginale che l’arte, la letteratura, la cultura sta acquisendo nelle nostre vite. L’intrattenimento è solo denaro, desiderio del popolo più spicciolo.  Non c’è impegno politico. Non c’è una corrente culturale. Solo denaro, solo consumo.

Mi sembra un paradosso, perché le grandiose scoperte tecnologiche che abbiamo si stanno ritorcendo contro il loro creatore, il cervello umano, sostituendosi ad esso, fornendogli comodi appigli dove rifugiarsi senza compiere sforzo alcuno, senza riflettere sul suo ruolo, sulla sua missione di vita. Forse prima ci facevamo più domande? Forse prima si combatteva per i propri ideali e per un futuro migliore? Forse prima pensavamo di più?

Non lo so, perché non c’ero. Potrebbe essere. O potrei star vagheggiando, come Gil che credeva gli anni ’20 i migliori in cui si potesse Vivere. Mentre la sua Adriana, che li viveva, li disprezzava, preferendo la Belle Époque di fine ottocento. Disprezzata, a sua volta, dagli impressionisti, ben più legati ai fasti rinascimentali…e così via.

E dunque, forse meglio rimanere in questo presente, anche se “un po’ insoddisfacente”…e cercare di migliorarlo.

Nelle vene scorre il mare

Pubblicato: luglio 25, 2015 in Poesia
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Nelle vene scorre il mare

ho l’estate nella mente

quell’arsura che permane

il pensiero è inconsistente

Nei miei occhi solo il mare

l’infinito è più vicino

ogni raggio è vita nuova

dopo il buio, luce, sempre

Nel mio cuore sento il mare

c’è una luce all’orizzonte

c’è una musica lontana

che mi parla di altri mondi

c’è un’anima che vibra

c’è il respiro più profondo

c’è la vita

che arde

Viva.

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Sembra di essere sempre sul pezzo, sempre al corrente su tutto, oggi. Minuto per minuto, potete seguire canali con telegiornali 24 ore al giorno, aggiornarvi con le mille app del caso, visitare i siti internet delle testate giornalistiche più affidabili, chiedere a Google. Purtroppo, in realtà mi rendo sempre più conto che di quello che accade nel mondo sappiamo poco e niente. Si, perché ci sono riforme più importanti di altre. Ci sono accordi più importanti di altri. Ci sono guerre più importanti di altre. Ci sono morti, più importanti di altri.

Prendete i due casi, avvenuti a una settimana di distanza: disastro aereo della Germanwings, 149 persone portate alla morte dal copilota suicida.  Una vera tragedia, che ha colpito tutti: poteva esserci chiunque di noi su quel volo. I notiziari non parlano d’altro: maratone, speciali, dirette, tutti vogliono sapere, si analizzano le scatole nere, si scova nella vita di Andreas Lubitz, si intervista la ragazza, l’amica, la madre dell’amica. Tutti vogliono sapere tutto, forse vittime anche di quel macabro voyerismo tipico dei tempi moderni.

Qualche giorno dopo, nuova catastrofe. Siamo in Kenya, nel campus dell’università di Garissa. Un gruppo di Shabaab, estremisti somali affiliati ad al-Qaeda, irrompono nel dormitorio e fanno strage, liberando gli studenti musulmani e uccidendo brutalmente i cristiani. Il bilancio ufficiale ad ora è di 148 vittime, ma le autorità locali temono che il numero possa salire. La notizia passa, ma non è lo stesso. Non c’è quella stessa enfasi, quell’interesse così pedissequo, sembra che manchi la verve necessaria.

Qualche mese fa, è successa una  cosa simile: sempre due stragi, sempre Europa e Africa. 7 gennaio: a Parigi un gruppo di terroristi legati ad al-Qaeda assaltano la sede francese del giornale satirico Charlie Hebdo e uccidono 12 persone. è il caos: tutto il mondo si stringe nel cordoglio, la libertà di informazione e di espressione sono colpite al cuore. Per settimane, la notizia è in prima pagina, e tutti sono Charlie Hebdo.

Poche ore dopo, si viene a sapere di un’altra strage, probabilmente anche più grave per numero di morti: in Nigeria i miliziani di Boko Haram, che hanno giurato fedeltà allo stato islamico, assediano una serie di città e villaggi nella regione del Borno. I morti sono circa duemila, anche se è difficile trovare fonti o conteggi certi. La notizia, infatti, appare come un fulmine a ciel sereno: arriva, colpisce e va via.

Perché?

Potreste dirmi che la tragedia dell’incidente aereo deve essere analizzata a fondo per prendere misure preventive atte ad evitare che possa riaccadere in futuro. Che dobbiamo parlare di Charlie Hebdo perché è assurdo che dei giornalisti siano assassinati per quello che hanno da dire, scrivere, disegnare: è contro ogni principio più nobile della società moderna.

E io vi risponderò che avete assolutamente ragione.

Ma a questo punto, io potrei anche dire che è contro ogni principio più nobile della società moderna il fatto che dei miliziani possano entrare in un campus pieno di giovanissimi, riuniti per studiare, e sparare all’impazzata. O che migliaia di civili possano perdere la vita per colpa di gruppi estremisti che mette a ferro e fuoco intere regioni, interi stati.

Il problema è che viviamo in una società della disinformazione.

Siamo connessi, coscienti, aggiornati. Ma non lo siamo del tutto. Ogni giorno, migliaia di informazioni utili si disperdono, non ci arrivano, e non ci arriveranno mai. Al loro posto, tante, troppe ripetizioni, eccessivi approfondimenti, utili solo a soddisfare le barbare curiosità del piccolo pubblico, ma poco efficaci a raggiungere lo scopo per cui sarebbero state prodotte: informare. Sapete tanto delle solite due riforme, magari quelle che vi faranno avere qualche soldo in più in busta paga o un reddito di cittadinanza, ma non sapete di quelle fatte per tagliare i fondi agli enti locali. E nemmeno saprete di quelle fatte dagli enti locali per ritrovare quei soldi, almeno fino a che non vedrete delle nuove, strane detrazioni sulla vostra busta paga. Sentite sempre delle stesse indagini, dell’omicidio del vicino di casa che sembrava tranquillo, ma non sapete che intanto altre decine di processi, magari che coinvolgono qualche politico, stanno finendo in proscrizione, o che qualche leggina ad hoc ne sta cambiando il corso. E sapete se un estremista minaccia Roma, mentre non sapete che in Africa gruppi terroristici agguerriti conquistano territori, uccidono ogni giorno, fanno accordi coi potenti. Oppure, sapete se un terribile virus, come l’Ebola, si diffonde in modo esponenziale, mentre non vi ricordano che in realtà sono purtroppo altre le malattie (o semplicemente, la fame) che ancora oggi mettono in ginocchio continenti interi, come l’Africa (Ad esempio, per la malaria si contano circa 500 milioni di casi e un milione di decessi all’anno. Per l’ebola si parla di una decina di migliaia di morti dall’anno scorso, con l’epidemia sedata in molti dei paesi coinvolti. è stata un’epidemia grave, sia chiaro, ma ha dimostrato che, quando si vuole, questi fenomeni possono essere arginati).

E quante cose, quante ancora non sappiamo? Non lo so. Proprio perché non le conosco, e non potrò conoscerle mai.

Perché certe notizie è meglio che non si sappiano. Perché certe notizie non ci interessano. Perché certe notizie hanno meno valore. Perché certe notizie rispecchiano problemi quotidiani, che nessuno vuole risolvere, e vengono lasciati là a marcire, come un rifiuto dimenticato.
Là.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
E dalle pagine dei giornali.

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